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Piccolo Teatro Strehler

dal 13 al 16 novembre 2019

Orestea

Agamennone, Schiavi, Conversio

sull’Orestea di Eschilo

drammaturgia e traduzione dal greco Simone Derai, Patrizia Vercesi

orizzonte di pensiero e parola S. Quinzio, E. Severino, S. Givone, W.G. Sebald, G. Leopardi, A.Ernaux, H. Broch, P. Virgilio Marone, H. Arendt, G. Mazzoni

con Marco Ciccullo, Sebastiano Filocamo, Leda Kreider, Marco Menegoni, Gayané Movsisyan, Giorgia Ohanesian Nardin, Eliza G. Oanca, Benedetto Patruno, Piero Ramella, Massimo Simonetto, Valerio Sirnå, Monica Tonietto, Annapaola Trevenzuoli

danza Giorgia Ohanesian Nardin – musica e sound design Mauro Martinuz

scene e costumi Simone Derai – video Simone Derai, Giulio Favotto

light design Fabio Sajiz – regia Simone Derai

ORESTEA – foto: Giulio Favotto

produzione Anagoor 2018

con il sostegno di Fondation d’entreprise Hermès nell’ambito del programma New Settings

coproduzione Centrale Fies, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile del Veneto

con la partecipazione alla coproduzione di Theater an der Ruhr supportato dal Ministero della Cultura e dello Sport della Renania Settentrionale – Vestfalia

con il sostegno di Compagnia di San Paolosponsor tecnici Lanificio Paoletti, Printmateria, 3DZ

Spettacolo in italiano con sovratitoli in inglese

Durata: 4 ore incluso un intervallo

Anagoor, liberamente classici

Anagoor torna al Piccolo. Lo fa, portando sulla grande scena del Teatro Strehler, dal 13 al 16 novembre, Orestea, lo spettacolo-evento ha aperto la 46° edizione del Festival internazionale del Teatro alla Biennale di Venezia, consacrando la compagnia, Leone d’Argento 2018. Nel percorso di riscoperta e adattamento in chiave contemporanea dei classici, l’Orestea rappresenta il sistema di pensiero che si colloca alle origini stesse dell’arte teatrale e ne costituisce il fondamento metafisico.

ORESTEA – foto: Giulio Favotto

Dopo Virgilio brucia, nel 2016, e Socrate, il sopravvissuto, nel 2018, Anagoor propone ancora un lavoro sulla lingua che prova a misurare la distanza tra noi e i poeti antichi, riscoprendone l’elemento di purificazione dei sentimenti umani. Una festa teatrale che è miscela unica di sobrio lavoro sul testo, profonda fiducia nella parola, nella memoria, nella visione, nel corpo, nella collettività. La compagnia esplora la più antica delle trilogie tragiche, l’unica ad esserci giunta completa: così la saga sanguinosa degli Atridi giunge agli spettatori del nuovo millennio.

Quale ripercussione può avere nelle nostre vite un’opera antica come l’arte teatrale stessa? È un doppio interrogativo quello che Anagoor rivolge al teatro e più in generale all’arte. La risposta sta tutta nella messa in risalto degli elementi extra storici della tragedia: gli esseri umani più che gli eroi, e i loro sentimenti, la perdita di punti di riferimento metafisici che li tutelino di fronte al male. Così questa versione della tragedia è «un’opera sull’Orestea di Eschilo, prima che una riduzione o un trattamento della stessa»: una vicenda umana che attraversa l’antica Grecia per approdare alla contemporaneità. Il risultato è solenne: tre ore e mezzo, divise in due tempi, di parole, musica, danza, espressioni della performance come festa sacra.

A fronte di un Agamennone restituito nella sua quasi totale integralità, Coefore assume in Schiavi un andamento fortemente alterato, mentre Conversio è una dimensione finale e di commiato, che di Eumenidi accoglie le fondamenta, non la struttura né la parola. Ciò che sta realmente a cuore a questa Orestea, liberamente e al contempo strettamente legata a Eschilo è la giustizia, il trattamento formalmente adeguato dei conflitti, la salvezza dell’Occidente attraverso una lingua giusta. Nessun dibattimento processuale: la fiducia riposta nella parola e il tribunale della memoria sono il processo che può aiutare ad uscire dal cerchio della violenza. All’inizio, carte geografiche in fiamme d’Europa e della Grecia accompagnano il messaggio della distruzione di Troia: le carte ora bruciano al contrario, dalla cenere si forma un’immagine completa e ordinata. Questo miracolo della creazione sorta dal confronto con la distruzione lo compie anche Anagoor con il suo poema teatrale.

ORESTEA – Clitemnestra – foto: Giulio Favotto

Il punto di vista di Margareth

Questo lavoro scenico di Anagoor non si può definire come una semplice rilettura e una trasposizione dell’ ORESTEA, la Trilogia con cui Eschilo vinse nel 458 a.C. le Grandi Dionisie; è uno strumento espressivo che si sviluppa nel tempo e nello spazio, che riflette mentre racconta, che invia input al pubblico, che modula l’attività ricettiva e critica di ogni singolo spettatore ma anche di ogni singolo interprete.

Non analizzerò le Tragedia, di cui l’ORESTEA si compone e, neanche ognuna delle specifiche parti che le strutturano. Trasmetterò gli impulsi che questo lavoro ha generato in me.

Si tratta di un racconto che si avvale di una comunicazione dal carattere intimamente performativo, indaga le verità dell’uomo servendosi della tradizione mitica dell’antica Grecia. Mantenuta la struttura delle tragedie, il monologo diventa racconto ad una voce, a tratti evocativa, a tratti riflessiva; il coro si trasforma in movimento in divenire, costruzione e distruzione, trasformazione e invocazione, mare e vortice. E’ un’energia che muove lo spazio seguendo un orientamento prevalentemente anti orario come a sottolineare e significare la volontà di fermare l’avanzamento del tempo stesso per consentirci di guardare indietro, al passato, e riprendere la coscienza persa di tutta la sapienza antica che ancora è in grado di insegnarci cosa siamo stati, cosa siamo e cosa possiamo essere. Emergono gesti e azioni che riportano a pensieri e stati emotivi densi di pathos: le tragedie ci conducono per mano all’interno di un viaggio tra passato e presente, un intreccio di vite e mondi lontani ma altrettanto vicinissimi. 

Viviamo la definizione di Aristotele della Tragedia: attraversiamo paure, riti e pietà evocando pensieri e usi lontani secoli da noi, per giungere a una possibile purificazione dalle passioni umane. Ci interroghiamo su cosa sia la giustizia, la verità, la violenza, la salvezza, la distruzione, la creazione, il rispetto dei morti, il loro insegnamento e il loro consiglio, il rapporto di lontananza e di vicinanza con la morte e la vita in cui, il regista abolisce l’età dei suoi personaggi incarnati da artisti di cui non siamo portati a chiederci niente ma che ci riconducono a noi stessi e a porre, alla nostra interiorità, le domande più profonde riguardo la nostra essenza umana. 

Questo lavoro è un rito.

Odori, texture, effetti luminosi, ci tormentano e ci obbligano a non sedare i nostri animi. Ci impongono rigore emotivo e attenzione. Vari sono gli espedienti per contestualizzare in simboli significanti ed espressioni sintattiche il nostro mondo contemporaneo. Il parallelismo fluisce in armonico divenire. La nostra coscienza, la nostra visione, i nostri sensi, la nostra vista, sono costantemente coinvolti e pungolati continuamente. Si alternano ritmi frenetici a lente successioni di immagini in movimento, percorsi che dall’esterno portano all’interno su un palco che è il luogo del sacro. È il posto in cui ritualità, sacralità, morte e vita si incontrano, si scontrano, si rincorrono, si annientano e rinascono.

Passato e presente da un certo punto di vista possono anche somigliarsi perché è l’uomo a raccontare se stesso attraverso la voce del grande Eschilo e la riproposizione registica a cui oggi assistiamo. Sicuramente la durata della pièce, dovuta alla completezza di racconto che il regista ha voluto portare in scena, ha richiesto un dazio da pagare: vedere gente andar via pian piano; un peccato, dato il valore di un testo intensamente ineccepibile e un impegno attento di messa in scena pur se, in alcuni tratti, la gestione dello spazio scenico non ha sempre consentito una percezione armonica dello stesso creando vuoti e pieni sbilanciati all’occhio dell’osservatore. Eccellente la voce narrante, guida sapiente per capacità narrativa, interpretativa nei toni, nelle pause, nel rapire il pubblico e interrogarlo intimamente.

Margareth Londo

ORESTEA – Elettra – foto: Giulio Favotto

Piccolo Teatro Strehler – Largo Greppi, 1 – Milano

Orari: mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, ore 19.30

Informazioni e prenotazioni: 0242411889 – www.piccoloteatro.org

Categories: IN EVIDENZA

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