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TEATRO MANZONI – Milano

dal 15 novembre al 2 dicembre 2018

Khora.Teatro e TSA Teatro Stabile d’Abruzzo





PRESENTANO





ALESSANDRO PREZIOSI

VINCENT VAN GOGH

L’ODORE ASSORDANTE DEL BIANCO

di Stefano Massini

con Francesco Biscione 

e con Massimo Nicolini, Roberto Manzi,

Alessio Genchi, Vincenzo Zampa

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta

musiche Giacomo Vezzani

supervisione artistica Alessandro Preziosi

regia Alessandro Maggi

Foto: FRANCESCA FAGO

Le austere e slavate pareti di una stanza del manicomio di Saint Paul. Come può vivere un grande pittore in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco? È il 1889 e l’unico desiderio di Vincent è uscire da quelle mura, la sua prima speranza è riposta nell’inaspettata visita del fratello Theo che ha dovuto prendere quattro treni e persino un carretto per andarlo a trovare.
Attraverso l’imprevedibile metafora del temporaneo isolamento di Vincent Van Gogh in manicomio, interpretato da Alessandro Preziosi, lo spettacolo di Khora.teatro in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo, che si avvale della messa in scena di Alessandro Maggi, è una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.
Il testo vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “…scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” (dalla motivazione della Giuria n.d.r.) firmato da Stefano Massini con la sua drammaturgia asciutta, ma ricca di spunti poetici, offre considerevoli
opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.

Foto: FRANCESCA FAGO

NOTE DI REGIA

Sospensione, labilità, confine. Sono questi i luoghi, accidentati e mobili, suggeriti dalla traiettoria, indotti dallo scavo. Soggetti interni di difficile identificazione, collocati nel complesso meccanismo dell’organicità della mente umana. Offerti e denudati dalla puntuale dinamicità e dalla concretezza del testo, aprono strade a potenziali orizzonti di ricerca. La scrittura di Massini, limpida, squisitamente intrinseca e tagliente, nella sua
galoppante tensione narrativa, offre evidentemente la possibilità di questa indagine. Il serrato e tuttavia andante dialogo tra Van Gogh – internato nel manicomio di Saint Paul de Manson – e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso.

Lo spettacolo è aperto contrappunto all’incalzante partita dialogica. Sottinteso. Latente. Van Gogh, assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale incarnata da Alessandro Preziosi, si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare. Nella devastante neutralità di un vuoto. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quell’irrimediabile strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà.
La tangente che segue la messinscena resta dunque sospesa tra il senso del reale e il suo esatto opposto.

In una spaccatura in cui domina la sola logica della sinestesia, nella quale ogni senso è plausibilmente contenitore di sensi altri, modulandone infinite variabili, Van Gogh è significante e significato di sé stesso. Lo scarto emotivo che subisce e da cui è irrimediabilmente dipendente, rappresenta causa ed effetto della sua stessa creazione artistica, non più dissociata dalla singolarità della sua esistenza e lo obbliga a percorrere un sentiero isolato in cui il solo punto fermo resta la plausibilità di una infinita serie di universi possibili nei quali ogni tangibilità può rappresentare il contrario di ciò che è.
La riflessione percorre questa suggestione; non il racconto quindi, ma il divenire e la resa delle infinite varianti conduttrici di un processo creativo filtrate da un’induzione sensoriale il cui respiro, non ultimo, diviene tela su cui restano impresse assenze, mancanze e sorde cecità. Un’evoluzione lucida, condotta nello straziante sforzo di liberarsi e rendersi tangibile, nel volume e nella densità immanente del colore, che smette la sua primaria
connotazione e assume i termini di sensi altri e potenzialmente distanti, ponendo in essere una deriva che trova nel suo rovescio la realtà di opera d’arte.

Lo spettacolo accompagna questa non-logica dei sensi, attraverso uno sfiorarsi dei personaggi che fonde il desiderio alla necessità, sviluppando un alternarsi di simmetrie semantiche a dissonanze di cognizione, un conflitto mutabile, ma mai assente.
È in questo campo, su cui si allineano piani paralleli, pur non senza sovrapporsi, che la potenziale oggettività diviene odorare un suono, ascoltare un colore, toccare un sapore, assaggiare un tessuto, vedere un profumo. Un complesso disegno, tuttavia ferocemente semplice, la cui connotazione intrinseca cambia in funzione della distanza da cui lo si
guarda o si sceglie di percepirlo. E’ un passaggio aperto alla volta della stretta fessura che permette la visione di un assurdo reso accettabile dalla semplicità espressiva dei sensi che restano qui, nudi e spasmodicamente attivi, esattamente in quel punto della coscienza, attraversato da nient’altro che miliardi e miliardi di neuroni carichi di un unico e solo senso: la vita.
Non più “come siamo fatti”. Ma “di che cosa”.

Alessandro Maggi

Foto: FRANCESCA FAGO

Chi è un uomo? Chi è un artista? Sono due mondi differenti o possono fondersi in un’unica esistenza?

E se così fosse, quanta anima si riflette nella vita di un uomo-artista che vive un tempo senza tempo perché già proteso verso un futuro reale, tangibile, doloroso per via di un linguaggio che non è immediatamente comprensibile ai tanti?

Attraverso questa scrittura teatrale, si percorre lo slancio di un’anima che anela alla vita ma che viene oltraggiata da essa stessa attraverso chi crede di comprenderla nel giusto verso…da chi la vive ma non la assapora e non ne conosce i misteri profondi e unici della bellezza…la bellezza dell’essenza vitale che, un artista riesce a riconoscere con la freschezza e il dolore nel non sentirsi capace di far giungere il proprio sentire interiore agli altri…per farli gioire con lui…

Chi era Van Gogh?

Un uomo, un pazzo, un pericolo…di solito quello che non si comprende lo si identifica con qualcosa di non normale, di diverso, di strano… Spesso, la sensibilità si traveste e gioca con l’uomo-artista…e non viene riconosciuta…magari, quando questo avviene, è già troppo tardi per restituire il giusto valore ad una vita intensa come quella dell’artista Van Gogh…

Colori, occhi, vento, natura, pensieri…oggi riconosciamo parte di quel meccanismo umano che vive nell’arte e attraverso l’arte…

Alessandro Preziosi, in scena, si trasforma: è l’artista. Non è l’attore che interpreta il ruolo di Van Gogh ma, vive “Van Gogh”. Lo spettatore assiste al racconto di un’anima e ascolta e osserva e riflette.
Una scenografia bianca, minima, entro cui si muovono personaggi vestiti in bianco. Fra loro anche l’artista. Che immagine emozionale restituisce il colore / non colore “bianco”? E’ quel colore che racchiude in sé tutti gli altri colori…ma può anche rappresentare l’assenza del colore…vita e morte insieme; facce di una stessa medaglia.

Alessandro Preziosi si trova lì, proprio al centro di questo dibattito interiore e, per raccontare un uomo-artista. Luci bianche che illuminano spazi bianchi mossi da sagome umane bianche. Potrebbero essere una sola persona ma anche tante persone. Potremmo pensare a un luogo di purificazione ma anche a un posto in cui la vita è annientata; eppure il bilico tra vita e morte porta il nostro protagonista a misurarsi col tempo immutato e fermo ma anche col tempo che muove ricordi ed emozioni e che riconduce al ritmo della vita. Ripartenza e stop…dinamismo e quiete, colore e negazione di colore, alterità della vita umana. E questa volta, quella che viene raccontata con delicata riflessione è l’anima di un artista non compreso in vita e, come spesso accade, osannato dopo la morte.

L’artista è una sensibilità incastonata nell’anima di un essere vivente che non può decidere altro che essere ciò che sente e avverte interiormente; è il diamante che deve lasciarsi lavorare dal tempo e dallo spazio per poter brillare di luce propria in eterno.

Margareth Londo

Foto: FRANCESCA FAGO

PERSONAGGI E INTERPRETI
Vincent Van Gogh Alessandro Preziosi
Dottor Peyron Francesco Biscione
Theo Van Gogh Massimo Nicolini
Dottor Vernon-Lazàre Roberto Manzi
Roland Vincenzo Zampa
Gustave Alessio Genchi
Voce Vincent bambino Davide Piccirillo

Foto: FRANCESCA FAGO

Categories: IN EVIDENZA, PROMPT, TEATRO

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